Oggi è il primo anniversario della scomparsa di Lucio Dalla, un artista unico e vero. Punto fermo nel panorama culturale e musicale italiano. Lo voglio ricordare riproponendo una mia intervista realizzata dall’ottimo giornalista Giovanni Gardani (che ringrazio di cuore per avermi permesso di ripubblicarla qui). Il pezzo è comparso giusto un annetto fa su “Il Piccolo”.

CASALMAGGIORE – Si fa presto a dire che Lucio Dalla era una brava persona, prima ancora che un grandissimo artista. Perché in fin dei conti è questo il costume di qualunque coccodrillo, perché è normale (magari anche giusto, chissà) che la retorica regni sovrana dinnanzi ad una dipartita capace di creare cordoglio nazional-popolare. Poi però hai la fortuna di incontrare un ragazzo, un casalese doc, che Lucio Dalla l’ha conosciuto davvero, “non in modo approfondito” come lui stesso ammette, ma bastante a rivelare particolari curiosi. E a tracciare un ritratto più umano, pur nella consapevolezza di una positività di fondo. Marco Vallari nel 1996 era a Bologna, al primo anno di Università. “Ero ancora un pendolare” racconta “e stavo cercando casa. Un giorno, girando a piedi assieme ad alcuni amici che mi stavano aiutando ad orientarmi nella nuova realtà bolognese, in via Indipendenza incontriamo proprio Lucio Dalla. E il bello è che non è stato un flash, un passaggio di un secondo. No, i miei amici me l’hanno presentato: simpatico, gentile, disponibile, tutt’altro che divo”. Ma, sin qui, siamo solo alla premessa. “Il caso” continua Marco “ha poi voluto che trovassi casa in un appartamento nelle immediate adiacenze di via D’Azeglio, dove Dalla – come tutti hanno scoperto in questi giorni – abitava. All’epoca non avevo un cellulare (in pochi lo usavano) e tutte le sere, dopo la spesa nella bottega sotto casa, chiamavo i miei genitori con i gettoni dalle famose cabine telefoniche. La “mia” cabina era proprio all’angolo di via D’Azeglio: lo incrociavo sempre, al crepuscolo, entrare o uscire di casa, a volte solo, a volte con Ron. Qualche battuta ci scappava sempre. Quasi un appuntamento fisso”. E pure l’argomento, ad un certo punto, divenne fisso. “Lucio diceva di soffrire di mal di piedi. Così, dal nulla, ogni volta si informava se mio padre stesse bene. Mio padre, peraltro, stava benone e comunque Dalla non lo conosceva affatto. Alla fine mi disse che si informava perché sperava che, in caso di mal di piedi di mio padre, lui potesse consigliargli qualche metodo per risolvere il problema. Purtroppo per lui mio padre non soffrì mai di quel malanno”. Dopo un paio d’anni ti sei trasferito in un quartiere vicino alla tua facoltà. “L’ho perso un po’ di vista, ovviamente. Però altre volte ci siamo incontrati per strada e ci scappavano sempre due chiacchiere cordiali: ho avuto modo di apprezzarne l’affabilità e le doti di comunicatore nel quotidiano, non su un palcoscenico. Distribuiva sorrisi e parole, anche se non eri un suo amico in senso stretto. Ho conosciuto negli anni bolognesi anche Francesco Guccini, Luca Carboni e Gianni Morandi: tutti simpatici, gentili, però Lucio non lo batteva nessuno. Credo di poter dire che fosse sul palco così come era nella vita di tutti i giorni. Non fingeva, pur potendolo fare, eclettico e poliedrico com’era. Per questo mancherà a tutti, per questo la commozione di molti mi è parsa sincera e fuor di retorica”. GIOVANNI GARDANI

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