Attualmente, i cosiddetti “giorni della merla” (30-31 gennaio e 1° febbraio) sono noti quasi esclusivamente per essere i più freddi dell’anno. Nel tempo, infatti, è andato perduto il senso rituale di quel periodo, legato a usanze per invocare la protezione di Dio sul lavoro e sulla vita delle campagne. Questi riti variavano da zona a zona, ma avevano alcuni aspetti in comune, tra cui la necessità di implorare una buona stagione per le “galéte” (cioè i bachi da seta; in alcuni posti “mèerla” significa gelso o foglia di gelso) e alcuni canti corali. In questi giorni i ragazzi delle cascine, percuotendo alcune “tòle” (cioè barattoli di latta) con dei bastoni, annunciavano a tutti che si era entrati nei “dé dèla Mèerla”. La sera, poi, nell’aia venivano accesi i falò per far arrostire le castagne, mentre i giovani, arrampicati su carri pieni di fascine di gelso o sulle fascine stesse, si davano botta e risposta mediante canti antichi. Talvolta, o per la foga del canto o perché la catasta era poco stabile, tutto andava a rotoli e i membri dei cori si ritrovavano in terra, con gran divertimento dei presenti. Le fascine su cui era stata “cantàada la Mèerla” venivano poi suddivise fra le varie famiglie che le utilizzavano per scaldare l’acqua nella quale si scioglieva la liscivia con cui, due volte l’anno, si lavavano le lenzuola.  I canti della merla affondano le proprie radici addirittura nel 1400 o 1500. Molti sono purtroppo andati perduti, soprattutto dopo che, negli anni Cinquanta del Novecento, l’avvento delle fibre sintetiche ha ridotto drasticamente nelle nostre campagne l’allevamento dei bachi da seta e, di conseguenza, i canti propiziatori ad esso collegati. Alcuni di essi, fortunatamente, sono stati recuperati in diversi centri della provincia, da gruppi di canto popolare che ne conservano la memoria. (Archivio Pro Loco Casalmaggiore)

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