Una lista veramente civica è un’utopia. Tutti abbiamo un pensiero che, per quanto libero possiamo ritenere, rientra sempre in schemi ben definiti. C’è un pensiero democratico (con la d minuscola, come mi faceva notare il politologo Gianfranco Pasquino in una conversazione di qualche tempo fa) riconducibile a determinati valori espressi dal centrosinistra e c’è un pensiero liberale riconducibile alla destra (per lo meno quella prospettata a suo tempo da Indro Montanelli). Si configura come caso a parte l’esperienza del Movimento 5 Stelle che sembra essere concentrato solo su aspetti “pratici”, senza cioè essere mosso da particolari background ideali e le recenti “uscite” di Grillo rendono difficile una sua collocazione, anche se l’impressione è che il motore pulsante del movimento sia solo un grande astio verso tutto quanto si trovi al di fuori di esso, indipendentemente dalla sua collocazione. In definitiva non credo esista il civismo senza politica perché proprio il civismo stesso è profondamente politico. Per quanto si possa tentare di svincolarsi, esso resterà sempre una espressione squisita della politica (e aggiungo, di quella migliore). La trasversalità di una lista civica è sempre stata un “difetto” piuttosto che un pregio, portando nei fatti, successivi alle competizioni elettorali, alla disgregazione dei gruppi, proprio per la mancanza di un sentire comune che facesse da collante per anime diverse e diverse impostazioni di pensiero. Occorrerebbe forse più onestà intellettuale quando si propone una lista civica, che non è sicuramente la soluzione ai problemi dello Stato ma un ulteriore aggravarsi della frammentazione nella quale versa il sistema politico italiano da circa vent’anni.

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